weblogUpdates.ping Taneak Jang, Rejang Land, Tanah Rejang http://rejang-lebong.blogspot.com Taneak Jang, Rejang land, Tanah Rejang: Antichi egizi nel Pacifico: cercavano oro

Antichi egizi nel Pacifico: cercavano oro

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Con l’opera di Barry Fell, che ha trovato corrispondenza tra la lingua e l’alfabeto Maori e l’antica lingua libica, studiando iscrizioni sparse per gli oceani Indiano e Pacifico, e persino nelle Americhe, appare opportuno rivedere alcuni aspetti dei resoconti dell’antico Egitto sui viaggi, le esplorazioni e la ricerca dell’oro. Perciò ho tradotto da Quiring il testo “Die Goldinsel des Isador von Sevilla, Aegypter der 20. Dynastier als Entdecker und Kulturbringer in Oestasien”.

Quiring aveva già trattato l’argomento delle scoperte oceaniche di Egizi e Fenici e sui più antichi ritrovamenti di ferro e acciaio. Egli sostiene che gli antichi Egizi erano sin da antichi tempi familiari con l’Oceano Indiano e con la parte occidentale del Pacifico, in particolare con il Mar della Cina. Egli comincia dal commento ad una persistente leggenda sull’esistenza di un’Isola d’Oro, nelle Indie Orientali, e racconta di spedizioni partite alla fine del sec. XVI alla ricerca di quella mitica isola. In tutta l’area dell’Oceano Indiano, egli dice, solo Sumatra poteva ricevere un tale nome. “Se vogliamo trovare un fondamento alla leggenda dell’Isola d’Oro, dobbiamo immergerci nella più profonda antichità. La seconda Dinastia dell’Antico Egitto (ca. 2890–2686 a.C.) aveva abbandonato lo sfruttamento dei giacimenti d’oro lungo il fiume, ormai poco vantaggiosi, per andare a scavare il metallo nel “deserto” tra il Nilo ed il Mar Rosso. I primi cercatori d’oro l’avevano setacciato dalle sabbie fluviali, ma ora si puntava a cercare i filoni nella viva roccia. Sotto Sahure (V Dinastia, ca. 2494–2345 a.C.) sono registrati i primi viaggi marittimi dal Mar Rosso alla Terra di Punt, ricca d’oro e d’antimonio. I viaggiatori portarono 6000 deben (1 deben = circa 91 grammi) di elettro, probabilmente oro fluviale proveniente dai fiumi Zambesi e Save, nell’attuale Mozambico. I viaggi verso Punt proseguirono con intensità durante la VI Dinastia (ca. 2345–2200 a.C.)… Troviamo il racconto di un esattore di tasse che percorse la rotta verso Punt almeno undici volte, impiegando ogni volta tre anni per il viaggio d’andata e di ritorno. Un tale viaggio richiedeva un gran coraggio e i navigatori se ne vantavano. Dopo l’espulsione degli Hyksos, Thutmosis I (1525–1512 a.C.) riprese i viaggi verso le Indie. Sulle scogliere dell’isola di Tombos, una sua iscrizione lo celebra come il comandante delle isole del Gran Mare che circonda il mondo. I suoi successori continuarono con successo i viaggi alla ricerca di beni preziosi. I magnifici bassorilievi di Hatschepsut (ca. 1500 a.C.) nel tempio di Dair el Bahri mostrano ampiamente tali viaggi. Anche Ramses II (1304–1237 a.C.) si considerava il signore dell’Africa e degli Oceani. Su una statua di granito nel tempio di Luxor reclama il controllo del Gran Mare che circonda le terre e delle terre meridionali abitate dai Neri, sino alle regioni paludose ed ai “confini dell’Oscurità” ed alle “colonne del Cielo”. I viaggiatori verso Punt, dei quali gli Egizi raccontarono i successi per circa 1400 anni, scoprivano coste ed isole nell’Oceano Indiano, apparentemente sino alla latitudine del Circolo Polare Antartico (i confini dell’oscurità)! Sotto Ramses III (1198–1166 a.C.) i viaggi alle Indie divennero grandi spedizioni. Il Papiro Harris parla d’un viaggio in cui furono inviati 10.000 tra marinai e mercanti, e probabilmente esperti minatori e cercatori d’oro e d’altri preziosi. La fine delle guerre di Troia e la sconfitta dei Popoli del Mare da parte di Ramses III avevano restituito agli Egizi la loro libertà di movimento per mare. Sul Mediterraneo e sul Mar Rosso non navigavano soltanto le flotte del Faraone, ma anche quelle dei templi di Amon, Ra e Ptah. Il commercio marittimo dovette espandersi come mai prima d’allora. Le navi costruite con legname di cedro raggiungevano i 67 metri di lunghezza. Quando, 2700 anni dopo, le compagnie inglesi nel 1893 cominciarono a sfruttare le miniere di quella che chiamarono Rhodesia (oggi Zimbabwe e Zambia), scoprirono che il rame e gli altri metalli erano stati estratti sin dall’antichità, con strumenti in uso anche nell’antico Egitto. Ferner trovò nella regione aurifera dello Zambesi una rozza figurina d’argilla che rappresentava Thutmosis III e nello Zimbabwe un lingotto d’oro con la stessa forma di quelli custoditi nel tempio di Medinet Habu, all’epoca di Ramses III. Dopo l’estrazione di circa cinquemila tonnellate d’oro, improvvisamente gli antichi minatori abbandonarono le miniere, nel sec. IX a.C. Nel 1896 si trovarono antiche opere di miniere d’oro sulla costa occidentale di Sumatra. Mentre i ricercatori della Redjang Lebong Co. svolgevano ricerche nell’area aurifera, nel 1897, trovarono tra gli scarti d’una vecchia miniera a Lebong Donak frammenti contenenti oro e argento, estratti da una profondità di 30 metri e poi trasportati da oltre 10 km di distanza. In quella regione mineraria, come nell’antico Egitto, in Nubia e nel Sud Africa, si usava estrarre il materiale e poi lavarlo nelle correnti fluviali per l’estrazione finale del metallo. Si pensò in un primo momento che le miniere fossero state sfruttate dai cinesi al principio del sec. XIX, ma ciò era improbabile. I cinesi non facevano scavi profondi. Verso il 1500 a.C. in India fu iniziato lo scavo d’una miniera a Mysore, e poi fu abbandonato, dimenticato per 3400 anni sino a che gli Inglesi non lo riaprirono nel 1880. In ogni caso, la popolazione dell’Asia meridionale ed orientale estraeva oro, magnetite e pietre preziose direttamente dalle sabbie fluviali, senza andare a scavarli in miniere profonde. Mentre scrivevo la mia “Storia dell’oro”, mi sono convinto che le antiche miniere d’oro di Sumatra risalissero al periodo 1200–500 a.C. Nessun popolo dell’Asia orientale o meridionale poteva avere intrapreso tale operazione. Tutto intorno all’Oceano Indiano, il quel periodo, sono gli Egizi erano interessati all’estrazione dell’oro su grande scala. Senza una loro influenza, si trovavano solo piccoli sfruttamenti locali e non miniere. Potevano essere solo gli Egizi a sfruttar le miniere d’oro in Sud Africa e a Sumatra, e ciò diviene quasi una certezza se si considera il resoconto pubblicato da Pauthier e Bazin, secondo il quale nel 1113 a.C. l’imperatore cinese Tachoking ricevette ambasciatori dal regno di Ni–li, probabilmente dall’Egitto, che avevano compiuto un lungo viaggio a bordo di “case che nuotavano” e che sapevano determinare la loro posizione “osservando il sole ed i corpi pesanti” per sapere in quale regione ed in quale regno si trovassero. Anche P. Freise, senza conoscere le antiche miniere di Sumatra, concluse che quegli ambiasciatori fossero egiziani. L’ambasceria presume anche che i Faraoni (e possono essere soltanto i Ramessidi della XX Dinastia) conoscessero l’esistenza del regno cinese. Lunghe navi con cercatori d’oro viaggiavano sotto Ramses III non solo verso il sud, sfruttando i monsoni, ma anche verso l’est sino alla costa settentrionale di Sumatra. Con il monsone di sud–ovest, navi di soli dieci metri di lunghezzza e 2,7 m di larghezza possono attraversare la distanza da Aden a Sumatra in dodici giorni. Poiché i giacimenti auriferi di Benkoelen sono a meno di 40 km dalla costa di Sumatra e l’alluvione aurifera si estende sino al mare, cercatori d’oro con esperienza non avrebbero potuto ignorarli. Sumatra poteva produrre sino a 100 tonnellate d’oro. Gli egiziani sarebbero stati così il primo popolo proveniente dal Mediterraneo a passare attraverso gli stretti di Malacca e a viaggiare sino al sud della Cina, al fiume Huang Ho, e poi sino alla capitale che era, allora, Singanfu, nella provincia di Shenxi. Le miniere furono probabilmente abbandonate a causa del declino egiziano, verso la fine della XX Dinastia. L’influenza culturale egizia nell’Asia orientale non scomparve, tuttavia. In Cambogia, improvvisamente si passò dalle culture paleolitiche all’uso di strumenti dell’Età del Bronzo: asce di tipo simile a quelle mediterranee (Tullenbeile). Senza l’influenza egiziana, non sarebbe possibile spiegare una tale improvvisa evoluzione. Menghin proponeva un lungo percorso circolare attraverso la Russia e la Siberia. Se invece possiamo ammettere un influsso egiziano per via marittima nell’Asia sud–orientale, risolveremmo una difficile questione sugli sviluppi culturali in quest’area. Quella forma particolare delle asce appare nel Medio Oriente ed in Egitto intorno al 1850 a.C. e vi permane sino al 700 a.C., la stessa epoca in cui esse compaiono nel Sud–est asiatico. Sotto l’influenza egizia, potrebbe essere iniziata l’attività di lavaggio delle sabbie aurifere nella penisola di Malacca, il “Chersoneso d’Oro” del Periplo del Mare Eritreo. Il geografo Tolomeo ha registrato diversi nomi di località dell’India interna, collegati con SAB o SAM (in egiziano, SAM indica l’oro estratto dai fiumi). Similmente, in Sud Africa gli Egizi lasciarono nomi collegati all’operazione del lavaggio dell’oro, come Save e Zambesi (fiume dell’oro). Dopo la morte di Ramses III (1166 a.C.), ci fu un declino della potenza egizia. Le relazione con l’Oriente si interrruppero, probabilmente, verso il 1090 a.C.”.
Source :
http://blog-pigreco.blogspot.com/2009/05/antichi-egizi-nel-pacifico-cercavano.html

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